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Chi comanda in caso di pandemia? | di Guido Melis

Chi comanda in caso di guerra? Qualcuno ricorderà l’imperiosa domanda posta dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga dopo la crisi di Sigonella del 1986. Il Quirinale per rispondere nominò una autorevole commissione composta di eminenti giuristi e presieduta dall’ex presidente della Corte costituzionale Livio Paladin. In molti, specie a sinistra, sottovalutammo quell’episodio, attribuendolo a una delle tante manìe del presidente, noto per vestire talvolta in divisa da capitano di corvetta e per circondarsi di alti gradi militari. Tuttavia l’interrogativo aveva forse una sua logica. E oggi, se opportunamente adattato ai tempi, appare più che attuale.

Domando dunque: chi comanda in Italia in caso di pandemia?

La Costituzione, per cominciare, stabilisce (art. 117, comma 2/q) che “lo Stato ha legislazione esclusiva” rispetto a un elenco di materie tra le quali è espressamente menzionata la “profilassi internazionale”; e all’art. 120, comma 2, soggiunge che la Regione “non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose fra le Regioni”.

C’è poi una legge pienamente in vigore, la n. 833 del 1978, che assegna il compito al ministro della sanità o salute pubblica. Lo ha più volte ricordato Sabino Cassese, ma sempre inascoltato.

Tuttavia le Regioni, e lo vediamo quotidianamente, rivendicano ognuna un suo ruolo attivo e indipendente. E poi ci sono i sindaci, di tutte le latitudini e colori politici, che nella crisi scoprono insospettabili vocazioni al comando. Di fatto, in barba alla logica dell’emergenza che pretenderebbe l’unità delle decisioni, tre diversi livelli della rete amministrativa dispongono, emanano a raffica norme talora differenti le une dalle altre, qualche volta cervellotiche. Si muovono con obiettivi, modalità e tempi diversi. Faccio un esempio forse non eclatante, ma pur nella sua dimensione “minore” indicativo. A Sassari, dove come tutti  anche io “sto a casa”, due istituti di riposo per anziani sono aggrediti dal virus. In una i tamponi introvabili arrivano il venerdì, portati con efficienza lodevole dai medici dell’Esercito, nell’altra no. Ho buoni motivi per preoccuparmi. Allora mi informo e mi dicono che “per accordi intercorsi” a una delle due case per anziani pensa la medicina militare, all’altra quella “civile” e cioè la Regione. Morale: i tamponi militari ci sono da venerdì, quelli “autonomistici” nella seconda clinica arrivano solo lunedì. Cioè tre giorni dopo. Ecco un piccolo ma gravissimo (direi letale) esempio di disordine organizzativo, che nasce dalla confusione dei compiti, a sua volta confortata da una aggrovigliata legislazione, dalla cattiva capacità di coordinarsi di dirigenze insufficienti ai propri compiti, dalla lentezza delle comunicazioni interne tra apparati. Ma non esistono i telefoni cellulari? C’è bisogno ogni volta della forma scritta, della mail, magari della carta protocollata?

Se hai un problema che comporti una autorizzazione qualunque, la più banale (mi è capitato anche questo personalmente) ti trovi alle prese con una catena di soggetti tra loro incomunicanti: carabinieri e polizia di Stato, guardia di finanza e forestali; in Sardegna ci sono persino i barracelli, antico corpo di civili in armi nati per vigilare sui furti di bestiame. Il prefetto fa quel che può, e non può molto. Dovrebbe “coordinare” (parola magica dai molti e ambigui significati, sebbene esistano studi egregi di bravi giuristi che la chiariscono), ma più che altro può “mediare”, che è cosa ben differente. Sembra di leggere le pagine di un vecchio libro di memorie dell’industriale Silvio Crespi, chiamato nei giorni tragici dopo Caporetto a riordinare la filiera degli approvvigionamenti civili e militari: ho trovato – scriveva – il disordine più totale, nessuno sa quello che deve fare, nessuno prende decisioni.

Eternamente indecisi a tutto, per ricorrere alla lista degli aforismi attribuiti a Ennio Flaiano.

Dunque chi comanda in Italia? Il ministro Speranza va in televisione e dice che “capisce” la Regione Lombardia che non riapre le librerie perché “ha avuto molti morti”. Il giorno dopo il presidente della Regione Lombardia dichiara che aprirà le fabbriche: le librerie no e la fabbriche sì? Mistero. Il governo per parte sua ne prende atto. Come l’imperatore al tempo dei grandi feudatari, il governo è lontano, assente. E se c’è non batte alcun colpo, si limita alle ormai stucchevoli conferenze stampa del presidente del Consiglio.

Si nomina una supercommissione di esperti, ci sono dentro i nomi migliori sul mercato. Leggo che due giorni dopo già alcuni di loro si domandano cosa ci stanno a fare: se la Lombardia “riapre” da sola che senso ha creare una commissione nazionale per stabilire tempi e modi della riapertura? Se nessuno obbedirà alle proposte della commissione a che vale riunirla?

Non basta. Uno dei nostri migliori studiosi di scienza dell’amministrazione fa quattro conti sulla sequenza di organismi creati in queste poche settimane dal governo per gestire le emergenze, la sanitaria e l’economica. Le chiamano all’americana task force (fa la sua impressione) e sono – non ci crederete –  ben 7. In tutto coinvolgono circa 300 persone. Non è un po’ troppo? Natalini ritiene di sì, e ha perfettamente ragione.

Tutto ciò non avviene per caso. Ha una radice profonda, purtroppo. Si connette a una riforma fatta molti anni fa in fretta e male (quella del Titolo V, che lasciò troppe aree di competenza non specificate tra Stato e Regioni); a un referendum che avrebbe dovuto correggerla ma che fu respinto quasi fosse un attentato alla Costituzione; ai limiti di una classe politica insufficiente, che pretende dai virologi la ricetta magica pronta e subito. E  mi raccomando, che sia una sola e univoca, intima il ministro Boccia, quello che crede che le Regioni non siano 20 ma 21.

Non so se ci salveranno i virologi. Me lo auguro, ma ci vorrà il tempo che ci vorrà, perché la ricerca scientifica ha i suoi tempi: deve poter sperimentare, verificare, correggere, essere certa dei risultati. Non se la può cavare con una dichiarazione in Tv.

Non so neanche se la cosiddetta ripartenza, quando avverrà, sarà felice e se gli economisti la sapranno guidare al meglio. Presumo che dovrà essere molto prudente, il che richiederà correzioni di rotta e – chissà – magari anche qualche passo indietro.

So però una cosa: che l’intero castello delle istituzioni andrebbe seriamente preso in esame e poi almeno in parte rifatto. Non si può più, nel tempo che viviamo, quello delle decisioni veloci e delle attuazioni tempestive, ragionare come si faceva non dico un secolo ma anche solo 50 anni fa. Soprattutto non si può più eludere la domanda di fondo: chi decide, chi esegue, chi controlla.

Guido Melis     

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