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Il Covid e l’utopia | di Mino Lorusso

Solo nei momenti difficili l’umanità ha saputo dare risposte adeguate alla drammaticità degli eventi. Questi lo sono, almeno per una doppia presa di coscienza: da un lato l’emergere in tutti gli aspetti della nostra fragilità; dall’altra, l’appartenenza resa evidente dal Covid-19 ad una città-mondo o a un mondo-città, come direbbe Marc Augè, che con l’interconnessione anche fisica impone nuove regole e nuovi obiettivi a problematicità comuni. Detto diversamente, siamo chiamati ad un impegno maggiore di resilienza o, se vogliamo – secondo la concezione del metodo scientifico di scuola popperiana –, ad imparare dai nostri errori: trovare le soluzioni migliore ogni qualvolta inciampiamo in un problema.

E il problema oggi (non nuovo e non l’unico) è quello di rendere la libertà del singolo compatibile con la libertà di tutti e, viceversa, quelle di tutti con il rispetto delle prerogative dei singoli. È in questo contesto che è possibile leggere il legame che corre tra sicurezza e salute collettiva e libertà individuale di movimento. In più, come conseguenza, la tracciabilità dei movimenti dei singoli (e il possibile uso o abuso) in funzione della salvaguardia della salute di tutti. La tutela della privacy va a braccetto con le regole comuni. Il problema sembra insormontabile e richiama all’uso di “gendarmi” o “garanti”, a dir si voglia, per vigilare sull’uso corretto di dati sensibili. Questa è una strada, ma esperienze passate dimostrano come anche i controlli più ferrei siano facilmente eludibili sia per ragioni endogene – di forza maggiore – che per fattori esogeni, come una falla nel sistema o un hacker. Credo sia venuto il tempo di ripristinare il concetto di responsabilità.

Mai come ora – grazie alla paura per la propria salute – i comportamenti responsabili dei singoli si allineano con quelli della collettività. È un passo in avanti, se si vuole di civiltà, che mette in luce come anche un semplice e isolato atto privato possa incidere sull’interesse generale. Se poi l’atto isolato viene rapportato ad altre scelte – e in primo luogo a quelle politiche – ci si rende subito conto come mai come in questo momento sia indispensabile uscire da una certa indifferenza, nausea o reazione emotiva manifestata nella selezione della propria classe dirigente, per abbracciare scelte responsabili e di merito per capacità di visione, conoscenza, condivisione di valori, ideali e bisogni.

Piaccia o no, il Covid-19 è destinato a modificare il paradigma della politica nazionale e internazionale. È lo spartiacque tra egoismi e solidarietà; tra solitudine e condivisione; tra felicità di pochi e felicità di tutti o – senza farsi troppe false illusioni, ma come tendenza – della maggior parte possibile dei popoli della nostra piccola Città-Mondo. Responsabilità significa regole. Porsi delle regole significa superare gli egoismi, anche nazionali, per abbracciare una solidarietà che – egoisticamente, quasi un paradosso! – faccia coincidere la felicità del singolo con quella di tutti. Vivere la felicità in solitudine, lo stiamo sperimentando, non giova ad alcuno.

Nel piccolo Bhutan, tra la l’India e la Cina, hanno deciso di abbandonare il Prodotto Interno Lordo (Pil) per abbracciare la Felicità Interna Lorda (Fil). Un bene prezioso come la felicità degli uomini non può essere affidata al benessere economico, né delegata per procura a chicchessia. Certo non può prescindere dai fattori economici e politici, ma neppure essere legata indissolubilmente alla crescita, al profitto e alla casualità delle scelte in campo politico. Dalla metà degli Anni Settanta alcuni economisti si sono occupati dei cosiddetti “paradossi della felicità”.

Tibor Scitovsky, economista americano di origini ungheresi, ha affrontato il tema della tristezza e della noia in economia. Daniel Kahneman, psicologo israeliano e vincitore con l’economista statunitense Vernon Smith del Premio Nobel per l’economia nel 2002, ha messo in evidenza il legame tra psicologia ed economia, sottolineando come l’aumento del reddito e l’uso dei beni non siano legati a un aumento della felicità. Sono segnali importanti, soprattutto nelle società occidentali dove tutto ha un prezzo, ma niente ha valore.

È del tutto evidente che il nodo al pettine delle democrazie occidentali – non più eludibile – sia la selezione della propria classe dirigente. I meccanismi utilizzati nel dopoguerra in Italia hanno mostrato tutti i loro limiti.  A partire dal Comitato di Liberazione Nazionale, che storicamente ha avuto il merito-demerito di introdurre nel nostro sistema il concetto di “lottizzazione”, fino al tentativo di democratizzare la rete, attraverso le preferenze espresse sulla Piattaforma (privata!) Rousseau.

In mezzo c’è la storia di un Paese ideologizzato, che ha affidato le proprie sorti al metodo della fidelizzazione-cooptazione di matrice partitica (o addirittura di componente, all’interno dei partiti). Più di recente, si è anche affermata la presa in carico di un organigramma – è il caso di Publitalia – per l’allestimento ex novo di un partito che poi ha governato l’Italia.

Un secolo fa, con il fascismo alle porte, Gaetano Salvemini aveva acutamente osservato che il problema principale dell’Italia è quello legato al metodo con cui seleziona la propria classe dirigente. Tale è rimasto, invariato, con l’aggravante che l’inamovibilità dei poteri costituiti ha portando all’affermazione delle cosiddette oligarchie, politiche e a-politiche, le cosiddette caste, che si alimentano attraverso il metodo della cooptazione, oggi deideologizzata. Al “partito rivoluzionario” è subentrato il “partito del particolarismo”, camuffato da interesse generale.

Il “sole dell’avvenire” è definitivamente tramontato dietro una coltre fumosa, e talvolta opaca, di piccoli interessi di parte. Complice la ricerca del consenso, a colpi di slogan e con lo scontro permanente è stato demolito il passato, omologando la politica alla corruzione, allo spreco e all’inefficienza. L’azzeramento senza appello della memoria e, con essa, dei traguardi raggiunti dal Paese in termini di progresso, benessere e libertà, ci ha privati della possibilità (speranza) di riformare il sistema, di legare il nostro destino ad un preciso disegno “politico”: che Paese vogliamo; con chi; con quali strumenti realizzarlo; come salvaguardare libertà ed eguaglianza; come difendere i valori unitari e democratici espressi dalla nostra Costituzione.

In queste settimane la pandemia ci ha messo – per così dire – allo specchio. Ha mostrato le nostre rughe politico-istituzionali; ha messo sotto i riflettori la nostra arretratezza burocratica. Ma ha anche mostrato l’immagine di un’Italia che sa reagire al Covid-19: un Paese dotato di una sorta di immunità alle sventure, capace di rialzarsi e di ricostruire in pochi mesi – ad esempio – un ponte sulle nostre speranze. Un’Italia che c’è: silenziosa, operosa, che prima di parlare riflette e che al dire predilige il fare.

Da dove ripartire, allora? Dall’Italia che c’è. Da quella che non si arrende e che trasforma la sofferenza in speranza. La leva, direbbe Archimede, è la nascita di una nuova coscienza collettiva, costituente, che faccia “leva” (un gioco di parole) sul sentimento nazionale aperto alla solidarietà, agli altri intesi come ricchezza e non come problema. Un’utopia? Forse, ma è proprio quello che occorre: mettere sul nostro orizzonte il sole di una società che premi i meriti, senza dimenticare i bisogni dei singoli. L’utopia nella selezione della classe dirigente, nelle scelte silenziose che singolarmente ciascuno di noi può fare nella vita di tutti i giorni.

Un modello “sostenibile”, potremmo definirlo, che con l’appartenenza ristabilisca il senso della responsabilità e la voglia di ricominciare insieme: quella dei balconi, dei piccoli gesti o dei grandi gesti di tanti “eroi” silenziosi. Un’altra Italia c’è. Un’Italia che chiede a se stessa, prima che all’Europa, di rinascere: accantonando gli scontri, gli egoismi, le differenze, le rendite di posizione, le furbizie. Da qui la ripartenza: noi, Paese, storia, idee, capacità, voglia e speranza proiettate al futuro, in avanti! Un’utopia, quest’Italia?

Mino Lorusso

Giornalista e saggista

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