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Il Futuro nel nostro presente | di Anna Malinconico

3.900.000.000 le persone chiuse in casa negli ultimi due mesi, “per colpa” del Coronavirus, circa metà della popolazione mondiale. Questo piccolo, invisibile, per certi versi, insignificante esserino, è riuscito a fermare il mondo che oramai aveva perso il senso della sua stessa esistenza, in nome della velocità incessante. Sembra un paradosso, ma è proprio così: l’invisibile ha battuto la velocità senza consentirgli una rivincita.

Molti, in questi ultimi mesi, hanno sostenuto che si avrà un “dopo” che ci vedrà migliori; l’uomo è un animale strano e non è detto che sia in grado di apprendere la lezione. E’ opinione comune che la storia insegni, ma non è sempre così. Io temo che la vita riprenderà con i suoi ritmi e facilmente noi dimenticheremo, se non per ricordarlo nei racconti.

Ma potrebbe andare anche diversamente perché questa, come tutte le “cose” gravi della storia dell’umanità, potrebbe trasformarsi in una grande opportunità di cambiamento. Gli elementi ci sono tutti, occorre guardarli, riconoscerli per andare oltre. Pensiamo al tempo. In nome del “tutto e subito” abbiamo attraversato gli ultimi decenni in fretta, consumando parole, cose e sentimenti allo stesso modo. Non ci siamo soffermati sul presente, rendendo vano il passato e bruciando il futuro nell’attimo stesso della sua realizzazione.

Lo abbiamo attribuito alla globalizzazione che, per la verità, ha di fatto abbattuto l’hic ed nunc, le barriere spazio temporali, rendendo tutto fallacemente possibile, ma siamo convinti che sia proprio così? Il tempo come adesso, non è il tempo dell’uomo: il tempo dell’uomo è la storia. E la storia è fatta di ricordi, memorie, lezioni, ma anche pazienza.

La pazienza va imparata e rientra nel tempo lento, quello delle attese, dello sguardo, della lettura, dell’analisi, dello studio, della conoscenza. Il tempo non è mai solo il nostro, è un tempo anche dell’altro. La pandemia ci ha costretti ad assumere la consapevolezza che esista un “nostro” anche nella gestione del tempo, che va vissuto e non consumato. Che va condiviso e non sfruttato. E questa potrebbe essere una prima lezione della attuale esperienza collettiva, se però siamo disposti a vederla. Ed ecco la seconda lezione del lockdown: la storia insegna solo se noi scegliamo che sia così, altrimenti scorre invano.

La decisione che assumiamo nel cogliere le lezioni dalla storia, richiama il concetto di responsabilità a me così caro, ma così poco praticato dall’uomo contemporaneo. Responsabilità significa assunzione personale di un carico; significa avere consapevolezza di sé e della relazione con l’altro; significa ogni tanto fare passi indietro, e, soprattutto, significa affidarsi al pensiero lento, quello del non “tutto subito”.  Responsabilità equivale anche a prendere decisioni, non per garantirsi il consenso popolare ed il successo immediato, ma per mettere la comunità in grado di ridefinirsi.

Saremo capaci di cogliere questa seconda lezione della “quarantena”? Riusciremo a coniugare competenza e lungimiranza, investimento e progresso? Riusciremo a sfuggire alle lusinghe del tutto e subito? Pensiamo all’amore. L’amore richiede tempo, presenza, condivisione. L’ amore include l’esserci e non ama la fretta. Le relazioni tutte vanno curate, altrimenti di esse non rimane nulla. Non sono merci in scadenza, resistono nel tempo ed oltre il tempo.

E poi i poveri, si, i poveri. Sono tanti e sono qua. Non sono oltre oceano, sono nostri vicini che gli happy hour e gli incontri virtuali, avevano offuscato. Ma sempre perché non volevamo vederli. Accorgerci della loro presenza nel nostro quotidiano avrebbe significato, in qualche modo, farci i conti, rinunciare a qualche fallace certezza. Questa pandemia ce li ha rivelati e stavolta non abbiamo l’alibi di “non aver avuto il tempo” di vederli; potremmo avere però la voglia di dimenticarcene subito, questo sì, e ripartire esattamente dove il virus ci ha trovati, fino al prossimo.

Ma davvero vogliamo continuare a ridurre l’uomo ad un consumatore ed a registrarne le capacità, solo in riferimento ai suoi consumi? Ma davvero ci piace continuare a spingere i nostri giovani verso il successo, verso le performance, riducendo il lavoro alle professioni? Veramente vogliamo continuare a confondere la vita con il raggiungimento del successo?

In questi prossimi giorni avremo l’opportunità di ridefinire e riscrivere il senso della nostra partecipazione alla vita. Finirà l’emergenza sanitaria e non saremo liberi se non avremo tratto profitto da questa nuova esperienza. La salute è come un processo lento che dura tutta la vita, ed anche la cura lo è. La possibilità di trasformare un evento critico e destabilizzante, in motore di ricerca personale è ciò che ha permesso alle comunità di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte a traumi e tragedie.

La natura dell’evento traumatico dipende dall’intensità, dalla durata, dalla possibilità di accedere alle informazioni, oltre che dall’evento in sé; dalla presenza di strutture familiari e comunitarie in grado di accogliere, supportare ed accompagnare, considerazione che gli esperti hanno da sempre suggerito e che questo inizio di 2020 ha messo a fattor comune. E giacché le parole hanno sempre un senso ed un peso, ne propongo tre in chiusura di questo mio ragionamento. Resilienza, la prima, si riferisce ad un concetto serio, scientifico, responsabilizzante e non si identifica solo con la capacità intrinseca delle cose naturali a ripristinare il loro status di equilibrio dopo una crisi, ma pone anche la questione dei limiti, ricordandoci che ne esistono e non vi si può sfuggire.

La resilienza ci costringe a rivedere la nostra idea di normalità ed il nostro stare nel mondo nel modo con cui lo abbiamo realizzato fino ad ora. La resilienza è sovversiva: dobbiamo interporla fra noi e la nostra agenda quotidiana, dal livello personale fino a quello sociale e politico, come un filtro.  Le altre due parole sono: fiducia e competenza. Abbiamo imparato ad avere fiducia negli scienziati, nel sapere collettivo, e ci siamo dovuti abituare ad avere fiducia negli altri, per la salvaguardia della nostra salute.  Fiducia in chi ha guidato, anche con norme restrittive, le scelte in questi mesi.

Ma questa fiducia, senza la competenza, non sarebbe nata. Competenza di medici, scienziati, sociologhi, giornalisti. Abbiamo sperimentato che l’improvvisazione e la incompetenza hanno prodotto morti e che, dunque, era necessario affidarsi a chi aveva percorsi da proporre. Ci siamo fermati nelle nostre case per dare il tempo di studiare e trovare rimedi definitivi, perché è necessario che ci sia il tempo della ricerca e dell’approfondimento. Perché non sempre si può correre.

Non abbiamo potuto far finta di non vedere e non sapere perché il virus è entrato in maniera democratica in tutte le piazze, dal centro alle periferie, dimostrando in un attimo che davvero siamo tutti uguali ed ugualmente esposti. Paradossalmente il Covid-19, in Italia, si è diffuso immediatamente nella parte più ricca del Paese, quella degli apericena e degli happy hour, della moda e degli ospedali all’avanguardia. Rifiutare ancora di capire che tutto è connesso, che bisogna superare le barriere tra i concetti di salute umana, animale o del pianeta, per metterli sotto un unico cappello, alla luce di tutto questo, sarebbe davvero un non senso.

La pandemia Covid19 ha un origine animale (zoonosi), ma i suoi effetti dipendono da fattori ambientali, dalla urbanizzazione, dai movimenti delle persone, dal nostro agire complessivo. La disuguaglianza è stata la cifra dello sviluppo che ritenevamo normalità irrinunciabile. In questi ultimi mesi dovremmo aver capito che non può essere più così. Dobbiamo vivere la responsabilità trasformandola in una nuova, forte, domanda politica da porre a chi affidiamo il compito di governare a tutti i livelli. Sicuramente i forti interessi, le economie di rapina che fondano la loro ricchezza sullo sfruttamento, faranno di tutto per cancellare la storia, non dobbiamo permetterlo.

Davvero non so cosa resterà di tutto questo, ma mi auguro che possa essere l’inizio di un percorso umano rinnovato. E la libertà, quella duratura, quella che ha a che fare con la condivisione, dipenderà dalle scelte che avremo il coraggio di fare e che dovranno essere diverse rispetto a quelle qui siamo abituati.

Anna Malinconico

Sociologa

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