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Il lavoro al tempo del Coronavirus | di Grazia Maria Delicio

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il 21 aprile, ha presentato in Senato il piano del Governo per la Fase 2, che dovrebbe essere messo a punto in questa settimana.

Il piano consiste in una sorta di “staffetta” di riapertura, definita “scientifica” e “strutturata”, che dovrà sempre essere monitorata, tenendo in considerazione la “capacità” degli ospedali e che dovrà tenere conto del rischio di una nuova impennata dei contagi; di una recidiva, insomma, che potrebbe essere più impegnativa della prima ondata.

La pandemia ha costretto ad adottare misure di estrema urgenza“, ha asserito il Presidente del Consiglio, ricordando che – al momento – il lockdown è in vigore fino al prossimo 3 maggio e presentando il piano del governo per la Fase 2, sotto forma di un programma basato su 5 punti.

Precisamente:

  • Mantenere e fare rispettare il distanziamento sociale, promuovere l’utilizzo di mascherine e Dpi fino al vaccino
  • Rafforzare le reti sanitarie sul territorio, come arma più efficace per la lotta al virus, con particolare attenzione alle case di cura
  • Intensificare la presenza di Covid-hospital per la gestione dei pazienti infetti e ridurre i rischi di contagio nelle strutture sanitarie
  • Uso corretto dei test, sia tamponi che test sierologici
  • Rafforzamento della strategia di mappatura dei contatti sospetti con l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Non v’è chi non veda, che la Fase 2 non è un “quando” quanto, piuttosto, un “quomodo”.

Si prospetta, perciò, la continuazione di una fase complessa per la generalità dei cittadini, nella consapevolezza – però – che si debba giungere ad un allentamento delle restrizioni, onde fare il possibile per preservare (ma, dovremmo dire, per “recuperare”) il tessuto produttivo rimasto fermo a lungo. Il Paese, cioè, deve riavviarsi e rimettere in moto la produzione e l’economia, ma deve farlo – senza ombra di dubbio – non facendo pagare alle lavoratrici e i lavoratori il prezzo più alto in termini di rischi per la salute.

La ripresa economica, perciò, dovrà fare riferimento ad alcune condizioni di sicurezza, che potremmo definire un “minimo sindacale” (recuperabili nel protocollo già siglato dalle Parti Sociali – in accordo con il Governo – il 14 marzo) ma anche ad altre ed ulteriori condizioni minime, indicate dal comitato di esperti e da un protocollo predisposto da parte dell’Inail, pubblicato il 21 aprile (Documento tecnico sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2 nei luoghi di lavoro e strategie di prevenzione).

Le “raccomandazioni” contenute nei protocolli tutti, è appena il caso di precisarlo, lungi dall’essere semplici indicazioni comportamentali per i datori di lavoro, saranno veri e propri presupposti e prerequisiti per poter tenere in attività una azienda e le stesse, – questo sono in pochi ad averlo sottolineato – non potranno che affiancarsi (a volte comprendendole, altre inserendosi in esse)  alle regole generali già valevoli in tema di salute e sicurezza del lavoro; tra tutte: l’art. 2087 del c.c., le varie disposizioni del c.d. “Testo Unico Sicurezza” di cui al D. Lgs. 81/2008 e s.m.i., nonché tutte le disposizioni – legislative e non – delle fonti nazionali e internazionali in esso richiamate.

Sicché, nell’attendere di approfondire i vari documenti in corso di produzione dagli esperti, con particolare riguardo al documento dell’Inail, in questa sede dobbiamo ricordare, che la cd Fase 2 riguarderà sia le attività già aperte sia le attività che dovranno riaprire; in più, si dovranno applicare anche a tutte quelle imprese, che nel frattempo, in deroga ai codici Ateco autorizzati, hanno comunque riaperto con il “via libera” delle Prefetture, a volte solo anche grazie al silenzio-assenso, spesso causato proprio dalle numerose richieste in deroga.

Volendosi cimentare, in un minimo di previsione sui contenuti base, per parlare della futura riapertura delle attività nei luoghi di lavoro, va fatto un cenno alle tre variabili per la determinazione del rischio da contagio da SARS-CoV-2 in occasione di lavoro:

  1. l’esposizione, cioè la probabilità di venire in contatto con fonti di contagio nello svolgimento delle specifiche attività lavorative (es. settore sanitario, gestione dei rifiuti speciali, laboratori di ricerca, ecc.);
  2. la prossimità, vale a dire le caratteristiche intrinseche di svolgimento del lavoro che non permettono un sufficiente distanziamento sociale (es. specifici compiti in catene di montaggio) per una parte del tempo di lavoro o per la quasi totalità dello stesso;
  3. l’aggregazione, da intendersi la tipologia di lavoro che per propria specificità prevede il contatto con altri soggetti oltre ai lavoratori dell’azienda (es. ristorazione, commercio al dettaglio,ecc)

Da questi pochi elementi, emerge la fondamentale esigenza di ripensare alla stessa organizzazione del lavoro, perché è incidendo e intervenendo anche sul modo (e non solo sul luogo) in cui si svolge una data prestazione, che possono essere garantite le condizioni minime di sicurezza (basti vedere il Protocollo tra imprese e parti sociali siglato a marzo), basandosi su un approccio sistemico e sistematico, che coinvolga vari aspetti: gli orari, le modalità di spostamento e trasporti, ricorrendo – per quanto possibile – allo smart working (che, di fatto, date le limitazioni alla circolazione, in questa fase è un vero e proprio telelavoro dal domicilio) per quelle attività dove non è necessaria la presenza.

Con particolare riferimento a quest’ultimo aspetto, che tanto torna utile in termini protettivi della salute dal rischio contagio, va posta particolate attenzione a tutte le questioni collegate, che attengono alla segregazione, allo stress lavoro correlato e alle note questioni delle differenze di genere che, innegabilmente, ancora pervadono la nostra “cultura” sociale e familiare e che vedono – in questi contesti – la donna sempre più gravata dal doppio carico (familiare e di lavoro).

Partendo da questi presupposti, dovremmo ritenere, perciò, che l’approccio non possa che essere triplice:

  1. nuove regole e comportamenti da adottare (interni/esterni/e dei terzi)
  2. un patto di responsabilità per la sicurezza, che coinvolga anche eventuali imprese terze che entrano in contatto con una data realtà produttiva (es. fornitori, imprese pulizie, spedizionieri, manutentori, ecc) e che consenta di derogare anche ad una serie di norme “protettive” del lavoratore (che allo stato attuale risultano anacronistiche o comunque distorsive);
  3. la ripresa gestita attraverso un percorso condiviso tra datori di lavoro e parti sociali, anche a livello aziendale (per garantire la specificità) e tra tutte le figure del sistema di sicurezza aziendale.

I principali punti da tenere in considerazione, per fare un ragionamento serio, senza con ciò essendo esaustivi, ritengo che siano:

  • i trasporti: un esempio, potrebbe essere l’obbligo di guanti monouso e mascherine sui mezzi pubblici e pulizia delle mani prima e dopo l’utilizzo; consigliare – dove possibile – l’uso di bicicletta; o raccomandare la mascherina nell’auto propria, quando vi siano almeno due persone a bordo; ecc;
  • la distanza sociale in azienda; che sia fabbrica, laboratorio artigianale o ufficio: non un metro ma almeno un metro e ottanta centimetri (come, peraltro,  prescrive l’Organizzazione mondiale per la sanità); se nella riorganizzazione dei processi produttivi questa distanza non potrà essere garantita, si dovranno ipotizzare altre forme di “confinamento” delle persone tra loro, come ad esempio elementi di separazione tra le persone, uso di mascherine FFP2 senza valvola (o due mascherine chirurgiche contemporaneamente) per chi lavora all’interno di uno stesso ambiente. Ove ancora neanche queste forme di confinamento non fossero sufficienti, dovrebbe ipotizzarsi una diversa articolazione dell’orario di lavoro e di produzione;
  • regole ancora più stringenti per i negozi: obbligo di accessi regolamentati e scaglionati con percorsi diversi, se possibile, di entrata e uscita, pannelli di separazione tra lavoratori e clienti alle casse e sui banchi, ingressi per non più di una persona a famiglia (salvo casi di bambini e persone non autosufficienti), obbligo per tutti di mascherine, guanti monouso o comunque pulizia delle mani; la distanza di un metro e ottanta centimetri tra le persone dovrà essere garantita anche nei mercati all’aperto;
  • l’obbligo di utilizzo delle mascherine chirurgiche sempre (negli spazi chiusi in presenza di più persone, ma anche negli spazi aperti quando non è garantito il mantenimento della distanza personale), ovviamente fornite dal datore di lavoro;
  • la frequente e minuziosa pulizia delle mani, che dovrà essere raccomandata in più momenti dell’attività lavorativa e non solo a inizio turno; gli ambienti dovranno essere sanificati almeno una volta al giorno, pulendo con candeggina o altri prodotti simili porte, maniglie, tavoli e servizi igienici e annotando il tutto su appositi registri;
  • dovrà essere garantito, per quanto possibile, anche il ricambio di aria e la sanificazione periodica degli impianti di aerazione, che altrimenti dovranno rimanere spenti; particolare attenzione, poi, dovrà essere garantita alla riorganizzazione del servizio mensa, dove si dovrà prevedere la distanza tra le persone e le sanificazione dei tavoli dopo ogni pasto;
  • l’attenzione particolare alla sfera dello stato di salute dei lavoratori, in particolar modo in presenza di sintomi influenzali: non solo l’obbligo per gli stessi di non recarsi a lavoro, ma anche ulteriori “poteri di controllo” da parte del datore di lavoro, che potrà misurare la temperatura ai dipendenti all’ingresso oppure raccogliere una loro dichiarazione anche riguardo eventuali familiari conviventi.

In particolare quest’ultimo punto mostra tutta la sua “novità”: per tutelare la salute e  la sicurezza dei lavoratori,  si dovrà (e non potrà!) derogare a una serie di norme protettive finora considerate dei totem del diritto del lavoro: le limitazioni poste al potere di controllo e di “indagine” nella sfera personale e di salute del lavoratore, impattando anche questioni attinenti alla privacy.

E’ evidente che si tratta di individuare l’interesse maggiormente meritevole di tutela, che non può che essere la salute del singolo lavoratore e dell’intera comunità di lavoratrici e lavoratori di una data azienda.

E’ chiaro, allo stesso modo, che questa maggiore meritevolezza del diritto-dovere alla salute non potrà mai consentire una illimitata espansione del potere datoriale, necessitando di essere esercitata secondo parametri di ragionevolezza e adeguatezza.

Resta inteso che il lavoratore dovrà essere informato e formato, dovrà essere consapevolizzato, che quel minus in termini di privacy è strumentale alla gestione dei rischi, alla riduzione al minimo delle possibilità che all’interno della unità produttiva (intesa in senso lato) possa entrare un soggetto (in ipotesi, egli stesso) potenzialmente contagioso, con ciò mettendo a repentaglio la salute di tutti.

E già: perché il luogo di lavoro deve essere sicuro all’interno ma deve garantire sicurezza anche verso l’esterno. Non può divenire focolaio di contagi.

E quindi, per concludere, sento di sostenere che la Fase 2 sarà quella in cui dovrà essere maggiormente rinforzata la responsabilizzazione individuale (dei cittadini/lavoratori); maggiormente valutata la professionalità e responsabilità datoriale; fortemente incentivata la collaborazione tra le diverse figure (“attori” li definiscono gli addetti ai lavori) che si occupano della sicurezza sul lavoro.

Sarà la fase in cui ci sarà bisogno di investimenti e di risorse, anche economiche, da destinare alla prevenzione.

Sarà la fase in cui dovrà emergere la struttura del nostro sistema Paese e la responsabilità politica e di governo.

Si tratterà di attingere alle competenze, alle conoscenze, all’esperienza.

Si tratterà di recuperare l’etica del lavoro mettendo la persona al centro.

Perché, non dobbiamo avere pudore di apparire nostalgici, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”

Grazia Maria Delicio

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