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La lezione del Coronavirus | di Simonetta Colaiori

Dal momento in cui sono trapelate le prime notizie sul dilagare del contagio da Covid-19 in Cina, lo temevamo. Pur identificandolo come un male che aveva attecchito a migliaia di chilometri dal nostro Paese, paventavamo l’ipotesi che il Virus prima o poi sarebbe arrivato in Europa e, perché no, nella stessa Italia.

L’enorme mobilità degli abitanti del pianeta, che costituisce uno degli elementi maggiormente caratterizzanti della globalizzazione, avrebbe senz’altro favorito l’espansione dell’epidemia. I Virus non si fermano alle frontiere ma seguono i cittadini del mondo. Senza biglietto trovano posto sugli aerei, sulle navi e con ogni mezzo si spostano indisturbati, incuranti dei nostri timori o dei racconti più rassicuranti di eventi morbosi del passato, rimasti confinati nei Paesi dove si erano sviluppati. Tuttavia, il mondo è cambiato ad una velocità supersonica ed è necessario imparare a convivere con nuove realtà, pur se a volte ne faremmo volentieri a meno.

Se da una parte la globalizzazione reca in sé elementi positivi, dall’altra può determinare anche ricadute fortemente critiche, come la realtà del Coronavirus ci sta insegnando.

Nel giro di un fine settimana la vita nel nostro Paese è radicalmente mutata. Dal timore che prima o poi – auspicando più il poi che il prima – si potessero registrare casi di contagio nel Paese, ci siamo dovuti confrontare con l’effettivo arrivo del contagio. Il limitato numero di casi registrato in Lombardia nella giornata di venerdì 21 febbraio è lievitato vorticosamente nella giornata di domenica 23 con tutte le conseguenze del caso: assalto ai supermercati, chiusura delle scuole, sospensione di tutti gli eventi pubblici, zone rosse nei comuni in cui si è sviluppato il focolaio. Analoga sorte è toccata al Veneto. Dopodiché, è successo tutto ciò che avete letto e ascoltato, compresa la comparsa di altri casi di contagio anche nelle altre regioni del Paese.

La situazione rimane ancora critica, il livello di attenzione è alto ma di fatto ci siamo trovati di fronte ad un Paese nel quale è difficile stabilire se abbia prodotto più danni il Virus o la Psicosi collettiva. E quando parliamo di Psicosi collettiva, esistono delle indubbie responsabilità oggettive in capo a soggetti che ne hanno fomentato la genesi e lo sviluppo, in primis la Politica e l’Informazione.

Il Coronavirus ha fatto emergere la parte peggiore della classe politica del nostro Paese, quella che rende palpabile l’idea che una buona parte della attuale classe politica non ha a cuore l’interesse della collettività, la difesa e la tutela dei suoi diritti bensì soltanto i propri beceri interessi personali.

E’ inaccettabile solo ipotizzare che sugli scranni del nostro Parlamento siedano personaggi che, per nulla interessati alle sorti del Paese, abbiano utilizzato il Coronavirus quale strumento di propaganda elettorale. Eppure, è successo.

La vita di un Paese viene stravolta da uno tsunami sanitario, con ricadute pesantissime non soltanto sul fronte assistenziale ma paradossalmente molto maggiori sotto l’aspetto sociale ed economico e tale situazione, invece di compattare tutta la classe politica italiana per fronteggiare solidalmente un nemico che è peggiore di una guerra – perché non abbiamo neanche armi certe per combatterlo -, è stata ridotta a tappeto di scontro politico per costruire consenso elettorale. Il tutto con la complicità di certa parte dell’Informazione, che ha contribuito a far degenerare un clima di paura in una atmosfera di terrore e di odio. Insomma, quella Politica che avrebbe dovuto unire tutte le forze per salvaguardare il Paese ha scelto comportamenti che hanno avuto un impatto estremamente divisivo, testimoniando in tal modo quanto la Politica, intesa nell’accezione più nobile di amministrazione, governo della polis per il bene di tutti quale quella che – quando più quando meno – ha comunque caratterizzato le vecchie stagioni politiche del Paese, sia stata corrosa dal Virus dei personalismi, del più bieco protagonismo mirato a accaparrarsi il favore dei cittadini. Il tutto non attraverso le proprie azioni positive bensì attaccando ogni iniziativa di buon senso posta in essere dal Governo per la salvaguardia del Paese.

Questo è un Virus molto peggiore del Covid-19.

Non ci siamo.  E lo hanno compreso anche gli elettori, tanto è che nel giro di poche ore taluni personaggi partiti “lancia in resta” contro il Governo – accusato di un atteggiamento eccessivamente morbido contro il Coronavirus – hanno subitaneamente mutato umore tacciando il medesimo Esecutivo di eccessivo rigore. Carta canta e villan dorme… si diceva una volta e così è: l’Informazione che sostiene tali personaggi è proprio quella che ha titolato le prime pagine con frasi ad effetto che andavano in direzione diametralmente opposta nell’arco di un brevissimo lasso tempo. Quei titoli restano, sono carta stampata.

La prima grande lezione impartita dal Coronavirus è stata dunque quella dell’inadeguatezza di tanta parte della classe politica italiana, troppa!

La seconda invece è ancora più grave! L’emergenza epidemiologica ha portato alle luci della ribalta l’eccellenza del nostro sistema sanitario, uno dei primi al mondo grazie alle competenze ed alle professionalità che operano nell’ambito del Sistema Sanitario nazionale, lo stesso che da anni ed anni è stato progressivamente sottodimensionato, impoverito, oggetto di tagli insensati e miopi da parte di tanti Governi, di varia estrazione politica. Oggi quello stesso sistema ci ha impartito una lezione memorabile, che pochi riusciranno a dimenticare. Esso, non solo si è dimostrato all’altezza di gestire l’epidemia ma – grazie all’abnegazione degli operatori sanitari e del personale medico, a tutti i livelli – continua a garantire una situazione sotto controllo. Anzi, per essere troppo scrupolosi e per non aver lasciato alcunché al caso, siamo passati per il Paese più infetto d’Europa e tra quelli più appestati del mondo, con ricadute molto gravi per il turismo e l’economia del Paese. L’errore? Aver sottoposto al test per il rilevamento del Covid-19 un elevatissimo numero di persone aventi avuto contatti critici con soggetti contagiati, al contrario degli altri paesi europei che non lo hanno fatto. Grazie a tale modo di operare, oggi possiamo vantare di essere più protetti, tanti nostri connazionali possono stare tranquilli perché – essendo stato individuato in loro il contagio da Coronavirus anche non presentando una particolare sintomatologia – potranno curarsi senza aggravarsi, essere monitorati e sorvegliati e, non da ultimo per importanza, non andare in giro a favorire altri contagi.

Tuttavia, proprio questa situazione sta mettendo in piena luce la scelleratezza delle politiche di taglio al sistema sanitario pubblico, operate in totale dispregio del diritto alla salute sancito dalla Carta Costituzionale. Ma non solo.

Sta uscendo fuori tutto il marcio sotteso al sistema sanitario, un marcio politico intendiamoci. La Sanità pubblica è stata vituperata, c’è stato un tentativo di smantellamento – come negli altri settori della Pubblica Amministrazione – in favore della privatizzazione dei servizi. Oggi, si scopre clamor populi che la Sanità privata è un pozzo senza fondo che assorbe risorse pubbliche che, anziché essere investite nel sistema pubblico, confluiscono nelle tasche dei privati ai quali grazie alla magia delle convenzioni le prestazioni sanitarie vengono rimborsate anche tre volte tanto il loro costo.

Ecco, il Coronavirus ha avuto questo enorme pregio, pur pagato a caro prezzo. Un vaso di Pandora è stato finalmente scoperchiato e tutti hanno potuto constatare, prenderne atto.

Le strutture private che forniscono servizi in convenzione devono essere remunerate per i servizi che offrono e non usufruire di un vantaggio economico ingiustificato. Quelle risorse finora sprecate devono essere recuperate per essere destinate ad una tutela della salute che abbia degli standard molto più elevati di quelli attuali.

Gli sciagurati tagli imposti al Servizio Pubblico hanno ridotto drasticamente il personale medico e paramedico pubblico, che oggi è allo stremo e che nella attuale situazione di emergenza è totalmente sfinito, sfiancato dal lavoro a ritmo continuo. Verranno richiamati i medici in pensione per sopperire alla situazione di gravità, è allucinante!  Invece di rinforzare il SSN con nuove assunzioni, oggi ci si trova costretti a riporre speranza nella buona volontà di coloro che hanno già sacrificato una vita al servizio dello Stato e che oggi non dovrebbero essere disturbati. Ma nessuno ha mai pensato alla loro sostituzione… così come in tutti i pubblici uffici, che si stanno progressivamente svuotando.

Si è perseguito il fine dello smantellamento dei servizi pubblici favorendone la privatizzazione. Oggi il Coronavirus ha puntato i riflettori su questa realtà e cioè sul fatto che la tutela della saluta è un diritto che lo Stato non avrebbe dovuto comprimere in dispregio della Costituzione ma tutelare attraverso la destinazione di risorse finanziarie, strumentali ed umane. Ed oggi a chi si è giovato di tutto questo – il Sistema della Sanità privata – nulla viene chiesto difronte ad una emergenza di queste proporzioni.

Il nostro è un Paese che deve avere il coraggio di cambiare perché ha preso troppa distanza da quella Repubblica nata sulle ceneri del fascismo ed animata dal fervore democratico dei nostri Padri costituenti. Una distanza che dobbiamo recuperare, senza se e senza ma.

Ma un altro aspetto che fa da corollario a tutto il resto è quello che riguarda il ruolo dell’Europa. Ci siamo troppo spesso impantanati nelle diatribe Europa sì, Europa no…. la terra dei vaghi… verrebbe da dire!

La questione è diversa. Ci vuole un’altra Europa, una Europa diversa, che sia veramente capace di operare una condivisione di intenti tra i vari Stati che ne fanno parte, per cooperare nella gestione delle emergenze e di tutte le altre questioni che ci attanagliano, mettendo da parte le logiche dell’economia e del profitto e favorendo invece quelle che mettono al primo posto gli individui ed i loro diritti.

Probabilmente, come oggi in Italia ci si è troppo allontanati dai principi che animavano i Padri costituenti, allo stesso modo in Europa siamo molto distanti dallo spirito dei padri fondatori dell’Unione Europea.

Le politiche di austerity, l’ossessione del pareggio di bilancio, il Fiscal compact in generale hanno favorito il vorticoso aumento del debito pubblico. La disoccupazione e la svalutazione del lavoro hanno avuto origine proprio da questa politica che ha fatto male ai popoli che ne fanno parte, avendo compromesso molti dei punti cardine su cui l’Europa aveva edificato le sue fondamenta e aveva costruito la sua essenza, che era soprattutto quella di intercettare i bisogni e le aspettative dei cittadini europei.

L’Europa del futuro è quella deve includere, non dividere. Soprattutto deve garantire alle prossime generazioni lavoro, pace, solidarietà sociale attraverso la promozione di politiche che non abbiano a cuore soltanto gli obiettivi del Fiscal Compact e dei vincoli di bilancio, tornando ad essere un punto di riferimento, un faro di Democrazia per tutti i Paesi che ne fanno parte.

Simonetta Colaiori

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