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La scienza e la vita | di Nicola Turco

Siamo, come è evidente, nel momento storico più avanzato in termini di potere delle tecno-scienze. Le tecnologie che ne discendono sono tali da sbalordirci e talvolta preoccuparci sul nostro futuro, inteso come futuro dell’umanità. Si pensi alla genetica, alle bioscienze, alla robotica, alle tecnologie militari e satellitari. Allora ci si domanda: perché in tempo di coronavirus siamo alla mercé di organismi invisibili che nel mondo stanno creando devastazione e angoscia? Perché nessuno ci spiega precisamente che cosa stia accadendo e che cosa ne sarà di noi? Dobbiamo rifugiarci nelle parole.

La cosa di per sé non sarebbe affatto negativa, se le parole non fossero simili a auspicio, speranza, ottimismo e pazienza. Parole che non producono, purtroppo, una soluzione al problema. Nel frattempo, che fare? Continuare a chiudersi in casa oppure cominciare a rimettersi in attività, assumendo però le stesse prescrizioni della Serenissima Repubblica di Venezia durante la peste del 1300, ossia quarantena e distanziamento sociale?

Perché le classi dirigenti, considerato il ricorrere periodico di epidemie, non si sono mai preoccupate di creare una compagine di scienziati e tecnici che in via continuativa e permanente studiassero le possibilità per fronteggiare eventuali virus?

Probabilmente gli Stati hanno vissuto nella logica del limes, del confine, del limite, come se il virus si arrestasse dinanzi alle barriere poste dalle nazioni a limitazione dei propri territori. Si è continuato a ragionare con i nostri egoismi ed in funzione del nostro tornaconto.

Eppure, pare intravedersi una schiarita: c’è oggi un tentativo da parte degli Stati di condividere le conoscenze e di offrirsi assistenza reciproca. Tale tentativo sembra, peraltro, sincero e generoso, ma in termini di neutralizzazione della pandemia siamo ancora all’aspetto precauzionale e non risolutorio.

Ci si chiede di confidare nella scienza e di assumere atteggiamenti fideistici, come se tutto il resto non avesse più diritto di cittadinanza: la fede, la coscienza, la libertà, i rapporti fra le persone e persino le esequie. Tutto sembra essere su un piano secondario: quanto potremo resistere? Aristotele, che faceva dell’uomo un animale sociale, sosteneva che persino Dio non può essere felice in quanto monakòs, ossia solo.

In tutta questa tragedia osserviamo l’eroismo del personale medico e sanitario di strutture pubbliche e private, che si immola per compiere la propria opera nei confronti dei malati: anch’essi, così come i loro assistiti, muoiono in una condizione di impotenza, solitudine e disperazione dei loro cari. Così è avvenuto, in una misura fortunatamente inferiore, per quei dipendenti delle pubbliche amministrazioni che hanno pagato con il prezzo della vita il fatto di doversi recare in ufficio per fornire alla cittadinanza quei servizi definiti indifferibili.

A questi eroi civili, che mai dovremo dimenticare, alle loro famiglie, e a quanti gli hanno voluto bene, vadano quei versi della poetessa Szymborska, premio Nobel per la letteratura: “(…) non c’è vita che almeno per un attimo non sia stata immortale. La morte è sempre in ritardo di quell’attimo (…) a nessuno può sottrarre il tempo raggiunto.”

Nicola Turco
Segretario Generale UILPA

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