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Le pandemie: cosa è la Vita? Considerazioni in tempo di Pandemia ed oltre | di Raffaele Tortoriello

Il  momento che  stiamo vivendo lo  sentiamo e lo percepiamo diverso, non si tornerà  come prima, siamo stanchi del nunc, soprattutto le dimensioni spazio e tempo sembrano assumere connotazioni inusuali.  Abbiamo  la sensazione che tutto si sia fermato, che lo spazio sia vuoto, un senso di angoscia e di solitudine ci  assale, e lo riconosciamo anche a distanza nelle  persone. La paura del nemico invisibile, non più confinato in un laboratorio o in un ricordo del passato, ci riporta continuamente alla ricerca di una vita, che pur definivamo stressante, ma che ora vorremmo.

PER una piccola parte di umanità, invece, ciò non vale, essa  è  sottoposta  a fatiche e carichi di lavoro inusuali,  essa ha a che fare con un rischio elevato alla massima potenza come un soldato in prima linea; gli altri, inoperosi e spaesati si sentono assediati da un nemico invisibile, che li colpisce  e li  porta a morire con i normali  gesti quotidiani come il toccarsi le mani, il viso, gli  occhi.

L’ansia individuale e la tensione sociale fanno avanzare con forza una domanda: “Quando e come finirà”?,

La sensazione di chi sta a casa, a cui viene imposto un vivere da ‘arresti domiciliari’, è di essere dimenticati e abbandonati da Dio e dagli uomini.

Dall’altra parte della barricata “l’ammalato di Covid” vive isolato e incosciente lottando per la vita e lontano dai suoi affetti.

Questo male pandemico ha avuto l’effetto di stordire tutti: all’iniziale paura si è sostituita la meraviglia lo stupore e poi lo scoramento e la depressione gli altri decidono per te.

Chi invece suo malgrado deve indossare i panni dell’eroe, si trova schiacciato da responsabilità enormi che lo portano ad essere o troppo decisionista, in quanto deve scegliere chi deve vivere e chi morire. Oppure viene additato come un untore, di manzoniana memoria, dove i monatti venivano incolpati come portatori di peste.

Si infrange così l’equilibrio sociale tra il diritto di libertà e quello di uguaglianza tra gli uomini, infatti pochi uomini decidono per una moltitudine (oligarchia contro democrazia), privandoli del potere di decidere sul lavoro, sugli affetti sulla vita quotidiana, in nome poi della tutela della salute ma senza sicurezza dei risultati.

Il grande senso di vuoto che tutto questo genera determinata anche  da una informazione assillante e roboante ma solo  fatta meramente da bollettini medici sul contagio, a volte speranzosi ed illusori per poi essere di nuovo apprensivi. IL tutto già ampiamente noto per le passate grosse Pandemie che l’umanità ha subito (Spagnola, Peste nera,  Vaiolo, Colera, Virus Siciziale, Ebola, SARS, H1N1).

Tutto questo è strettamente legato e scandito dal rapporto vita – morte.

Sappiamo che il concetto di vita biologico è diverso da quello filosofico; il primo è la condizione di esseri caratterizzati da una forma e una struttura chimica particolari ed hanno la capacità di sviluppare e conservare e trasmettere forme e costituzione chimica ad altri individui; – i secondi parlano di vita, riferendosi a quella umana, animale, ultra – umana, corporea, psichica e spirituale.

Non a caso per i Greci il concetto contrario alla vita non è la morte, in quanto quest’ultima riguarda solo un solo essere vivente e non tutte le specie  dell’universo.

Per questo essi dividevano la vita in Bio, Zoe e Psiche. Lo stessoEmpedocle diceva la vita è una fusione armonica dei Quattro Elementi Primigeni: Aria, Acqua, Fuoco e Terra. Platone, poi, paragona il mondo ad un grande animale (nel Timeo) la cui vitalità viene supportata dall’anima infusa dal Grande Demiurgo, che lo plasma. Questo pensiero viene ribaltato dal pensiero Biblico del Antico Testamento, dove la vita umana è strettamente collegata alla volontà di un Dio che punisce o ricompensa. Mentre diventa salvifica con il messaggio di Cristo, che concede la resurrezione a chi crede in Lui. ed alla buona novella ,come dirà poi S.Francesco nel 1200 nel Cantico delle Creature‚ “Laudato sii mio Signore per tutte le cose fatte e per tutte le creature‘”.

Nel periodo Medievale  il concetto di vita si amplia, e si trasforma, diventa  il neoplatonico concetto  bios, come una vita vissuta in maniera mistica e religiosa per raggiungere una vita ultra terrena , che parte da quella definizione di ‘Potenza dell’anima Aristotelica’ , per arrivare a quella immortale cristiana.

Nel ‘ 700 si ribadisce con forza  la presenza di un ente supremo,là dove la tensione di un organismo mira a realizzare se stesso secondo proprie leggi naturalistiche, e quindi la vita stessa concepita come fosse una macchina perfetta da studiare.

Si arriva, allora, al concetto di vita romantica ed intellettuale di Kant ed Hegel, dove alla visione romantica ‘’la vita è qualcosa di incomprensibile’’  si contrappone la ragione e il sapere.

Nel XX ° secolo F. Nitezche  riduce tutto alla razionalità morale, quindi razionalizza la vita negandola per poi superarla con il concetto di morte che ci ricollega al concetto primordiale dove tutto ciò che so è che debbo morire, e che non posso evitare.

Come viene raffigurato nel “Tuffatore di Paestum “, qui il tuffatore si slancia tra le Pulai ( le colonne d’Ercole), il confine del sapere e del mondo conosciuto, nel mentre lo specchio d’acqua in cui si lancia rappresenta il mare della morte, che rappresenta  un transito verso un mondo di conoscenza diverso da quello terreno, ecco perché il mare CURVO E ONDULATO RAPPRESENTA L’IGNOTO verso cui il tuffatore si lancia. Spesso la concezione di morte filosofica veniva considerata come un idea ‘astratta’ lontana dalle cose visibili. Per questo motivo Platone portava un  esempio:  I Cigni,  canterebbero prima di morire ( ripreso poi da Michel Fokine nella morte del Cigno) per il loro dolore, essi canterebbero  perchè essendo animali sacri ad Apollo, col loro canto esprimerebbero la gioia di ricongiungersi al loro Dio. Ma tutti umanamente sappiamo che non è possibile gioire per la morte .

La morte,  cosi come la vita è un concetto basilare del pensiero Ebraico-Cristiano, tanto da far dire a S. Agostino,  dottore della Chiesa: “Oro fiat illud quod tam sitio, ut te revelata cernens facie visu sim beatu tuae gloriae” – consapevole che la visione della verità e la contemplazione di Dio, fine ultimo di ogni vita umana, possono per ogni singolo uomo avere già inizio in questa esistenza terrena; anche se le  anime salvate, la vera e glorifica   pienezza  la raggiungono nel Paradiso.

Nel medioevo la vera vita è quella dopo la morte ed è solo in essa il fine ultimo per cui siamo stati creati.

Per non cadere in queste visioni di ‘parte’ si è sviluppata una scienza medica che basa le sue considerazioni sulla morte su basi e principi scientifici ben precisi: è la Tanatologia, che ci da una descrizione oggettiva e precisa sui meccanismi della morte.

Ecco perché  la morte per alcuni, la si può considerare come uno strumento di selezione naturale, con anche valenze positive (sic!) che porterebbe addirittura a pensare che un singolo sia sacrificabile per il miglioramento della collettività – (torniamo ab inizio a chi salvare? Triage imposto o libero di scegliere)- e per questo motivo, non si può non considerare la morte come un male, una fine radicale che  però non esclude  la sopravvivenza ultra terrena .Il Medico in tutto questo è solo a decidere ,è solo a curare ,è solo ad assistere l’ammalato grave e ne prende su di se tutte le ansie ,angosce e soprattutto è l’unico a guardare negli occhi per l’ultima volta l’ammalato prima che muore.

Il carico emotivo è talmente gravoso che se non si è allenati a gestire tutto questo ,si rimane schiacciati inevitabilmente sotto un macigno enorme fatto di rimorsi e dubbi.

Dottor Raffaele Tortoriello

Medico chirurgo

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