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L’istruzione è un bene non negoziabile

La scuola non è un opificio, un ufficio del quale si può valutare la produttività, misurando il numero di pratiche evase o il numero di oggetti realizzato, arrivando persino a definirne la qualità in base al gradimento degli utenti o dei clienti.

Il mercato e le regole sono il frutto dell’idea liberale che, nella storia, ha portato progresso e modernità, valori che sono inseriti nel dna delle società moderne. Tuttavia, anche la produttività ha cambiato i teoremi iniziali basati sull’individualismo per abbracciare il principio di lavoro in squadra, nelle isole di produzione, che annettono un senso sociale e indeboliscono anche l’aspetto ideologico del liberismo economico.

In nome di una sfrenata finanziarizzazione dell’economia, sono state, invece,  attuate pratiche e modelli neo liberisti basati sulla competitività e sul profitto. Modello che sta rivelando i suoi stessi limiti. Le società sono divenute sempre più ingiuste, sono aumentate le differenze sociali.
La politica, che dovrebbe mediare i difetti e gli eccessi del mercato, non riesce a farlo,  anch’essa conquistata dalle ricette neo liberiste messe in moto dalle lobby che hanno modificato il senso comune. Il pensiero unico si è insinuato anche nel tessuto sociale. Si è dimenticato il valore della persona.

Valore non sopito, che si affaccia timidamente in molte occasioni, senza trovare il giusto riconoscimento.

Il coraggio di ripensare la scuola dovrebbe partire da una conoscenza attenta delle ideologie del passato e da una azione contemporanea di consapevolezza sul modello di scuola che si vuole realizzare.

Il modello che noi proponiamo, è quello costituzionale, quello della Conferenza nazionale del Presidente Mattarella. E’ la comunità educante. La scuola come funzione essenziale dello Stato e non come servizio a domanda individualizzata. Da queste premesse si deve iniziare per dialogare tra udenti e non tra sordi.

Nel rapporto Demos 2019 è stato misurato l’indice di fiducia che gli italiani hanno nella scuola. Un indice altissimo che la mette al terzo posto, dopo il Presidente della Repubblica e le forze armate. Nella stessa indagine solo il 14% degli italiani pensa che bisogna ridurre il peso dello Stato nella gestione della scuola e far fare ai privati.  L’84% degli italiani riafferma con convinzione il valore della scuola statale.

Perché, ciclicamente, la scuola deve far fronte a progetti e proposte che spingono l’istruzione, che è bene universale e immateriale,  a mettersi a confronto con le regole del mercato?

Ogni volta che si è tentato di misurare la scuola con il metro dell’economia, i risultati sono stati catastrofici: ricordiamo la cura di cavallo del governo Berlusconi che, con il suo ministro del Tesoro, in 10 minuti di consiglio dei ministri, ha ridotto di 8 miliardi i finanziamenti alla scuola e messo mano agli stipendi.

La strada che proponiamo è di altro tipo: una scuola autonoma ed indipendente dalla politica e dall’economia. Una comunità che al suo interno si autogoverna con la rendicontazione sociale al paese e al territorio.

Il modello del mercato non c’entra nulla con questa scuola, che non promuove la competizione, ma prepara i suoi allievi a farla, nella società.

Il mercato tende ad escludere, espellere i più deboli, la scuola ha il compito opposto di integrare, includere e dare medesime opportunità. Le persone che vanno a scuola vanno curate, rese forti per la competizione che ci sarà, non per quella che si vorrebbe far scattare a scuola.

Gli insegnanti sanno bene che ogni alunno è unico, che non si può sapere come evolverà la sua storia personale. La scuola può intercettare le aspirazioni, fare emergere il talento, senza omologare: non tutti calciatori, non tutti scrittori o ballerine.

Il punto è: come può la scuola trasmettere valori di unicità se si tenta di equiparare tutto e tutti continuamente? In che modo è possibile fare emergere  il talento di ognuno se si limitano gli insegnanti nella loro libertà e autonomia professionale, spingendoli verso l’omologazione, verso la standardizzazione?

Può un metodo, che mostra i suoi limiti già quando viene applicato al mercato, che sicuramente non funziona per il sistema di istruzione, essere applicato agli insegnanti? Metterli in competizione, per concorrere al premio e al successo, può mai avere un senso? C’è chi vorrebbe, addirittura, un modello regionale o privato, da preferire a quello attuale.

Una scuola senza anima che servirebbe sono a chi la gestisce in quel momento.

Noi non ci stiamo e ci batteremo per la scuola laica, libera, partecipata e democratica che la costituzione ci ha consegnato. Una scuola antica, per questo di valore.

Quel valore che sembra disperdersi in ideologie tanto più pericolose quanto più prive di dubbi.

Il vero coraggio è interpretare la scuola con i parametri antichi per rendere veramente moderna la società.

La scuola deve costruire cittadini consapevoli e non consumatori anonimi.

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