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Per chi vorrebbe cancellare la festa della liberazione: non cancellerete il 25 aprile | di Guido Melis

Perché celebriamo il 25 aprile? Perché in tanti vogliamo celebrarlo anche stando a casa (come dobbiamo starci, volenti o nolenti) nel tempo crudele della pandemia?

Risponderò a questa domanda in modo molto semplice, forse addirittura banale: perché il 25 aprile è la festa della libertà.

E non solo della libertà di noi antifascisti, ma di tutti, persino di quelli che la libertà l’hanno negata e combattuta, ma che poi, nell’Italia nata dalla Resistenza, pure odiandola e magari tramando nell’ombra per rovesciarla, hanno potuto coltivare idee opposte, e persino praticarle quelle idee; e militare in un partito neofascista che le rivendicava; e sedere nel Parlamento della Repubblica democratica; e, da un certo momento in poi, persino diventare ministri di quella democrazia tanto avversata.

Non dimentichiamolo mai: non era capitato lo stesso negli anni venti e trenta a chi non la pensava come loro. Nessuno degli oppositori poté continuare a opporsi, nessuno a organizzarsi liberamente, praticare in pubblico le proprie idee, manifestare le proprie opinioni. Se e quando lo fece la pagò cara, a volte con la vita (come don Minzoni, come Matteotti, come i fratelli Rosselli e come tantissimi meno noti militati antifascisti); oppure con l’esilio, con il carcere sino alla morte (come capitò a Gramsci), con il confino di polizia, lontani da casa, dai propri cari e dal proprio lavoro.

Ma gli italiani non hanno memoria, diceva il vecchio Indro Montanelli in un filmato che ho rivisto in questi giorni in tv. Cancellano il ricordo del loro passato. Sono superficiali. Scrollano le spalle e vanno avanti. Perché fermarsi a riflettere su ciò che è stato? A differenza di altri popoli – diceva Montanelli – noi non abbiamo un’identità vera. E perciò – concludeva pessimista – non avremo neanche un futuro.

Deprimente profezia. Ma sarà del tutto veritiera?

A me sembra vera solo a metà. Certo, caduto il fascismo, la memoria di ciò che era successo è stata mal coltivata e ancor peggio tramandata alle nuove generazioni. Sebbene le librerie siano piene di buoni libri di storia, seppure Rai-storia faccia dignitosamente  la sua parte (ma in quanti la guardano?), la scuola italiana ha parlato e parla ancora troppo poco di quegli anni tragici. Nonostante le celebrazioni ufficiali coi sindaci in sciarpa tricolore e la banda che suona “Bella ciao”, lo Stato democratico ha troppo debolmente e contraddittoriamente rivendicato la sua radice antifascista. Se lo ha fatto, lo ha fatto retoricamente, spesso senza crederci.

La memoria, quella individuale come quella collettiva, è invece un bene prezioso ma fragile, se non la si cura e non la si nutre deperisce, e a un certo punto muore. Si è parlato troppo poco del fascismo in questi 70 anni, e quindi anche troppo poco del 25 aprile.

Forse perché i nostri padri e le nostre madri hanno temuto di dovere fare i conti con chi, tra di loro, o nella generazione immediatamente precedente, aveva vestito (magari anche in buona fede) l’orbace e portato al bavero il distintivo col fascio littorio. L’epurazione antifascista, caduto il regime, non si fece, o si fece malamente, facendo volare solo gli stracci ma risparmiando i pezzi grossi. Soprattutto non avvenne quella presa di coscienza collettiva che avrebbe consentito di consolidare davvero, nei cuori e nelle menti, la radice antifascista della Repubblica.

Sarebbe stato doloroso, lo so benissimo. Avremmo dovuto giudicare i padri e i nonni. Ma in altri Paesi, ad esempio in Germania, lo si è fatto. In Italia no. Del resto c’era la guerra fredda: bisognava fare muro contro la minaccia comunista, vera o presunta che fosse. Il 25 aprile era una data –diceva la destra già quando io ero ragazzo – “divisiva”; i partigiani (che pure erano stati di tutti i partiti: cattolici, azionisti, socialisti, repubblicani, monarchici, persino senza partito) odoravano troppo di bandiera rossa. E poi, su tutto prevalse l’ansia di uscirne fuori, di lasciarsi alle spalle quella storia drammatica insieme al dolore e alle distruzioni che aveva provocato. Il fascismo, si lasciò credere, era stato solo una parentesi. Morto il duce, persa la guerra, a che valeva continuare a parlarne?

Ma fu un errore. Il 25 aprile divenne così, col passare degli anni e con la scomparsa degli ultimi partigiani, una data qualunque nel calendario delle feste. Cessò di parlare agli italiani.

Quest’anno però è diverso. Perché nell’aria circola – insieme al virus micidiale che ci costringe a casa – qualcosa di impalpabile, che ci obbliga a riflettere su noi stessi, su chi siamo stati, chi siamo e chi saremo. Dopo decenni di spensieratezza siamo costretti a pensare. Come sarà il dopo pandemia? Riavremo il benessere di prima? Vivremo nelle stesse sicurezze? Oppure si aprirà un altro lungo e incerto periodo di crisi, economica, sociale, culturale, politica come furono gli anni ’40, quelli della caduta del regime, della guerra perduta, della ricostruzione? E se sì, quanto durerà?

Anche chi queste domande non se le pone, e un’altra volta fa spallucce e crede di poter tirare a campare contando sulla credenza che tanto l’Italia se la cava sempre, sa nel suo intimo che gli interrogativi esistono, e che non potrà eluderli. Questo è lo spirito del tempo che viene, e che già per molti versi è oggi il nostro tempo. Un tempo del dubbio, della preoccupazione, dell’impegno. Come diceva Montale? “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Eppure l’Italia non è – come credeva l’odioso principe di Metternich che ci facevano studiare a scuola – “soltanto un’espressione geografica”. È un popolo e, sia pure a suo modo, una comunità. È il risultato di quello che sono state le generazioni di italiani succedutesi in 160 anni. La sua identità, che Montanelli negava, consiste nel grande patrimonio unico al mondo della sua cultura plurisecolare, dei suoi monumenti, della sua arte, dei suoi grandi poeti e letterati, dei suoi ineguagliabili paesaggi. Si radica nelle sofferenze e nelle speranze di intere generazioni: e non dico – come declamava il duce – dei “santi, poeti e navigatori”, ma delle donne e degli uomini senza nome che hanno fatto la storia.

Ecco: in quest’identità, che ci portiamo dietro come uno zaino pesante, c’è soprattutto la nostra storia comune. Il Risorgimento, il primo decollo economico di inizio Novecento, la lotta contro le ingiustizie politiche e sociali delle leghe contadine e dei sindacati operai, poi la prima guerra mondiale coi suoi 600 mila morti.

E l’opposizione generosa alla dittatura (Matteotti, don Minzoni, i fratelli Rosselli); e lo scatto d’orgoglio dei partigiani nella Resistenza. E poi la ripresa faticosa dell’immediato dopoguerra, e  il miracolo economico con la seconda rivoluzione industriale; ma anche i prezzi pagati: la grande migrazione dei meridionali al Nord, le valigie legate con lo spago, le tante vite spezzate del mondo del lavoro.Ci sono i movimenti popolari socialisti, cattolici e poi quello comunista, milioni di donne e di uomini in lotta per i loro diritti. E finalmente la conquista del welfare, e il buon governo di tanti leader illuminati di tutte le parti politiche. C’è soprattutto la carta dei diritti individuali e collettivi: la Costituzione repubblicana.

Tutto questo e altro ancora è l’Italia di oggi. Guai a volerlo dimenticare, a pretendere di offuscarnela memoria. Lo diciamo oggi a voce alta, oggi che la destra neofascista variamente camuffata chiede con arroganzadi cambiare nome alla festa della libertà. Sì, staremo tutti a casa come dobbiamo, domani. Ma giù le mani dal 25 aprile. La storia non si lascia cancellare di soppiatto con qualche decreto clandestino.

Guido Melis

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